scritture

Gli insetti come (nostra) alterità estrema, assoluta – il mostruoso, l’alieno – e la (mia) sim-patia per la loro gestualità, per la meravigliosa poliritmia dei loro movimenti (individuali e collettivi). Gli insetti come vie di fuga immaginali (il divenire-insetti), strategie di dischiusura identitaria (il fuori), esposizione all’altro per diventare altro (l’im-possibile). L’idea era quella di lavorare innanzitutto sulle immagini e realizzare delle “video-partiture” per differenti ensemble d’improvvisatori. Registrazione dei movimenti, delle dinamiche, delle interazioni – quadri semoventi – nero su bianco. In consonanza con l'”essere tagliati all’interno” proprio degli insetti, ho (s)composto partizioni vibratili e mutanti. Una “scena” (non un “testo”, attenzione!) caratterizzata dalla reciproca cattura/possessione di suoni e immagini. Quindi, scritture musicali scaturite dalla risonanza e dal con-tatto improvvisativo, “scritture animali” fatte di mobili persistenze, interferenze, distorsioni, folli poliritmie …che è quel che resta!

Marco Ariano, Degli Insetti – entomofonie immaginali, libretto cd, NED, 2012

 

 

portato come predizione nel lamento
ho messo da parte ogni intercessione
mi sono rasato per avvicinarti
per poggiare l’occhio sull’occhio
l’orecchio sull’orecchio

 

tracce a venire fino a spezzare il cuore
scritte di notte sulla pelle
scritte nel palpito carnale
geometrie d’insetti, rondini e farfalle
abrase, acide, odi bruciate
sussurrate odi infibulate
trascritte nell’opera animale
infisse nell’aporia dell’ora

 

sillabo smarrita
raccolta nello spasimo
puoi declinarmi
se vuoi
smembrare questa carne
puoi insinuare il senso
se vuoi
distratta, sono la voce amata
oscura, disfatta
tutt’intorno aurata

 

queste inflessioni
questi sguardi, queste parole asperse
per me non c’è rimedio
solo queste inflessioni
e ruoto gioconda
orfana dell’io
petalo splendente di fango e sangue
chi è che parla?
di chi le pene?
nei turgidi seni
nella pietà del mondo
qualcuno appresso puntato

 

senza mai chiudere il cerchio
attraversiamo noi ci consumiamo
perchè tutto sia ritratto nella tenerezza
mi stringo a te trattengo nel respiro
corpo tempo mondo ossidati
perchè tutto trasluce bruciando

Marco Ariano, Le voci tatuate, Universitalia, Roma 2006

 

 

Presenze anomiche, inconcluse, ambigue,
figure nascenti e deiette che libere da vincoli identitari
si compongono in impreviste polifonie della risonanza.
Cacciate ed estranee, ruotano,
tracciano confini, li cancellano,
confondono sofferenza e beatitudine
nello splendore di un abbandono senza redenzione.
Apparizioni, frammenti di mondi intermedi.

Marco Ariano, n frammenti limbici, presentazione, 2005

 

 

Spazi d’accoglimento, spazi predisposti all’avvento, spazi nessunali del presentimento nei quali si scrivono suoni-evento irriducibili al linguaggio costituito. Babele della spoliazione.

Impreviste tessiture, segreto intrecciarsi e corrispondersi. Polifonie dell’ascolto. Impure armonie che si realizzano nell’attualità della libera consonanza sensibile.

Negli interstizi sopravvivono deietti i respiri, i r-umori, la grezza poesia dei suoni, Suoni della diaspora, esiliati dalla logica sistemico-funzionale della musica.

Scarto delle prescrizioni, la sensualità dei suoni sopravanza i contorni imposti dal testo. Fremiti del corpo, della lingua, estatiche eresie.

Gli strati e le pieghe flettono la linearità del tempo in una follia ritmica eccentrica e senza metro. Il ritmo diventa/è misterico respiro della carne.

Tabule di scritture sonore, di fioriture senza testo. Tabule elettroniche e carnali, irripetibili coaguli di voci impure, quadri-teatro di un attimo.

Marco Ariano, sensuali eresie, libretto CD, 2003

 

 

Il linguaggio amputa la voce per conformarla al proprio ordine astratto. L’opera di transe, cancellando la definizione, converte la voce alla visceralità della matrice corporea. Eccedenti, impure, eteriche e animali, voci del transito sensibile, voci metamorfiche inscritte nell’ordine effimero del godimento. Fuori dal ri-tratto linguistico, figure estatiche disegnano il mondo in fono-grammi della risonanza carnale.

Marco Ariano, impuro viscere, presentazione, 2003

 

 

Corpi muti ai quali la parola di Dio si è imposta come unico verbo nel tentativo di cancellare la grana oscura e germinale della voce. La polifonia rumorale del corpo con la sua lingua vocale sensuale-sessuale spaventa, terrorizza perché infedele alla parola che comanda fissando nella pietra.
Agonia e gioia di corpi che cercano nel canto di preghiera e nell’invocazione spazi di sopravvivenza della voce. Nella rimozione e nella sublimazione il corpo resta fedele alle fioriture della carne.

L’accettazione-esaltazione del movimento, del respiro, del ritmo portano all’implosione del corpo, alla ek-staticità della carne. Nell’apertura che sprofonda il corpo scopre la propria sacra animalità.
Instasi del corpo, estasi della carne.
Grembo pre-identitario, la carne è il senza nome pulsante che ci mantiene nella possibilità dell’evento: questo è il Mistero.

Marco Ariano, Reliquie. Il corpo e la legge, in M. Mauri, G. Marziani, Dieci, Lithos editrice, Roma 2002

 

 

La cava è grembo metamorfico, alveo delle trasmutazioni, spazio scritto e da scrivere. Le sue pareti sono tabule del gesto tellurico, mandala geo-grafici di meditazione nei quali corpo e terra s’intrecciano trascendendosi nello spazio concreto e immaginale del respiro.
Sentire offerente nasce dal luogo, nel luogo, come dialogo della differenza di corpi situati, corpi offerenti, vacui centri orbitali che tracciano libere linee di consonanza fuori dai piani del Senso.
Uscire dalla clausura autistica di codici e prescrizioni per aprirsi al contesto ambientale quale fonte d’i(n)spirazione, “partitura” d’icone fono-visive prodotte nell’attualità dell’incanto sensibile.
Opera di fioriture senza testo, di effimeri dialoghi della generazione e del mutamento, polifonia dell’ascolto, elogio del minimo, di tutto ciò che è appena, del sottile e dell’ineffabile.

Marco Ariano, sentire offerente, presentazione, 2002

 

 

Scritti su

 

Marco Ariano, Degli Insetti

A questo geniale percussionista piacciono gli insetti. (…) Nei dodici brani del cd (che è accompagnato da un video) suona da solo e in collaborazione con dieci musicisti in ottima sintonia con lui.
Rumorismo pensoso, suoni persi ponderati, nessuna traccia cantabile, una versione originale, accattivante, laboratoriale dell’informale.
Mario Gamba, Alias – Il Manifesto, 07-07-2012

 

 

Se ora i tamburini cantano pure

Hey, Mister Tambourine man, play a song for me…”; fingiamo per un attimo di ignorare il doppio senso del dylaniano ‘Signor Tamburino’, che i tamburini, nel senso letterale, li avrebbe dovuti suonare: mentre qui ci troviamo dinanzi a dei ‘tamburini’ (e percussioni d’ogni genere, comprese quelle improprie e quelle self-made) caratterizzati da una spiccata, programmatica e dichiarata propensione al canto, ad una inedita sorta di Singspiel o di ‘recitar cantando’ che crea – ex abrupto ed ex nihilo – uno spazio drammatico prima ancora che musicale o gestuale. Sto parlando di due lavori su CD del percussionista e batterista (ma la duplice categorizzazione è riduttiva) Marco Ariano: “Sensuali eresie” (1999-2002) e “Degli insetti” (2010).Che di spazio drammatico – della sua delimitazione, definizione – si tratti, lo enuncia in apertura il seriore dei due lavori, con un coup de théatre che im/pone senza ambagi né esitazioni sia la natura extramusicale, insieme unter– ed uebermusikalische, delle composizioni, sia la materia del disco stesso: perché pronunciare eresie è atto di forza, l’atto drammatico per eccellenza, ed una eresia ‘sensuale’ è un’eresia ancor più potenziata, nella duplice accezione (che rievoca l’ anfibolica sensuosness marcusiana di “Eros e civiltà”) di sensorialità ed eroticità.  Così, il gesto di Ariano, non essendo egli interessato alla dimensione musicale del suono, bensì a quella teatrale, si sottrae da subito alle gabbie del tecnicismo, del (vero o presunto) virtuosismo, cioè di tutto quanto, fingendo di favorire la creazione, in realtà molto spesso la soffoca entro schemi e patterns precostituiti: limitando l’inventiva, co-stringendo la ricerca entro ambiti e limiti congrui al presupposto tecnico stesso, che così da mezzo espressivo troppo spesso diventa restrittivo contenitore. In questo modo il lavoro di Ariano si sottrae alla logica tardocapitalistica della specializzazione, al ricatto della competizione, al narcisismo dell’esibizione di abilità. Evidente l’implicito valore contestativo nei confronti del sistema musicale e, attraverso esso, del sistema assiologico tout court.  Ma cosa c’ è, nei dischi di Ariano? Cosa “riempie” le quasi due ore che occupano complessivamente? E cosa, infine e sopratutto, trasmettono? Diciamo anzitutto che, fortunatamente, occorre sviluppare due discorsi diversi per i due CD: ché, merito tutt’altro che secondario dell’autore, non vi è traccia alcuna di ripetitività tra i due lavori. Il primo, coerentemente col titolo, è prioritariamente più astratto, più teatro di idee, impersonale; ma è anche, sensualmente, luogo e vetrina di emozioni, di fascinazioni – calde e fredde, attrattive e repulsive – sonore; e l’accesa emozionalità è la cifra complessiva del disco. Tutt’altro cast ideale per il prodotto recenziore: che vede in scena delle quasi-dramatis personae nei panni ‘degli insetti’, virtualmente presenti nel sommesso ma animato brusio di apertura. E “Degli insetti”, il titolo, si rivela subito anch’esso anfibolia: complemento di argomento ma anche partitivo: degli insetti qui si parla, ma gli insetti qui anche parlano. Qui il “brusio” caro ad Ariano (1) è quello prodotto dai protagonisti entomologici del disco, rappresentativi dall’ “entomofono”, strumentino artigianale inventato da Ariano stesso, mentre il brusio che apre e iterativamente attraversa le “Eresie” è prevalentemente un drone ostinato di synth a metà tra un wire e un didgeridoo. E qui si apre – e purtroppo rimane irrisolto – il dubbio su quanto l’autore abbia programmaticamente tenuto in considerazione, nel progettare e poi realizzare materialmente il disco, l’omonima decima sonata di Scriabin; che non condivide certo, col presente lavoro, solo il titolo, ma (fatta ovviamente la tara del secolo che li divide), la stessa concezione della ‘musica’: “Non capisco come si possa scrivere soltanto ‘musica’ adesso. Che cosa poco interessante!” (Scriabin); “La MUSICA non mi interessa!” (Ariano, in una conversazione telematica; ma si legga anche la succitata intervista). Si noti inoltre che non troppo dissimili sono i mezzi musicali che portano sia il grande compositore russo, sia il giovane musicista romano, a riferire agli insetti i loro lavori: l’ampio, quasi ossessivo uso dei trilli nel primo caso, l’insistito ticchettio dell’entomofono nel secondo.
“Sensuali eresie”, diversamente, è costituito da frammenti eterogenei tratti da eventi varii tenutisi in luoghi diversi negli anni ’99-’02, con la partecipazione di parecchi validi giovani musicisti dell’area di ricerca: David Barittoni, Roberto Bellatalia,  Francesca Cassio, Giulio Ceraldi, Giovanni Di Cosimo,  Marco Fagioli, Antonio Iasevoli, Michail Thieke, Mifue Sugiyama, Luca Venitucci. Vasto e ad ampio raggio anche il repertorio strumentale: oltre alle percussioni, all’elettronica e al piano preparato del titolare, altre elettroniche insieme a koto, synths e tubi, tromba e tampura, fonemi effettati e versi poetici (di Marcello Sambati), contrabbasso e tubi: tutti suonati in modo non convenzionale, ad empire lacerti musicali che vanno dal meno-di-un-minuto ai sei minuti buoni. Cinquanta minuti totali di emozionalità pura e continua, a tratti più distesa, a tratti violenta, sanguigna, come nel già citato incipit o nel terzultimo brano, il “Diciassette” (tutti i brani hanno per titolo esclusivamente il loro numero cardinale), o nel brevissimo brano successivo, che riecheggia l’intro di “Bitches Brew” di Davis. Attenzione: emozionalità, come categoriale disposizione dell’animo, non specifiche emozioni per così dire eterodirette e predeterminate dall’autore (“Qui, ascoltatore, devi esaltarti, qui ora rattristarti, rilassarti, caricarti, etc.”: niente di tutto questo!); e in questa tensione ritorniamo alla dimensione drammatica del lavoro di Ariano, e a quella sua capacità di usare le percussioni non solo – e anzi pochissimo – per creare ritmi (o, meno ancora, un ritmo),ma piuttosto per farle parlare, recitare, addirittura melologare: due concetti, questi, cui Ariano, nella stessa intervista, si mostra particolarmente legato. Diverso il mood sotteso al disco del 2010: che è oggetto di altra natura, progetto unitario – seppure con sei organici diversi per i diversi brani – e pertanto più uniforme, dall’andamento meno rapsodico, per certi aspetti più concentrato; sicuramente più scarno, scabro, essenziale; di certo più maturo. Qui il ‘canto’ del drumming si dispiega con maggiore evidenza e consapevolezza; ben tre brani (1,5 e 10: sarà un caso, codesta progressione?) sono affidati al solo titolare, alla batteria, percussioni, entomofono e oggetti elettroacustici (altrove anche alla diamonica): eppure non si tratta di assoli di batteria, bensì di veri e proprii pezzi musicali completi. Mr Tambourine Man suona, canta e incanta pure. Negli altri pezzi si alternano all’elettronica, alle chitarre, trombone, theremin, sax, flauti, shruti box, voce, vibrafono, musicisti quali Renato Ciunfrini, Stefano Cogolo, Roberto Fega, Filippo Giuffré, Francesco Lo Cascio, Giuseppe Lomeo, Ezio Peccheneda, Alex Pierotti, Davide Piersanti, Marta Raviglia; tutti insieme danno vita ad “una ‘scena’ (non un ‘testo’, attenzione!) caratterizzata dalla reciproca cattura/possessione di suoni e immagini” (dalle note al disco dello stesso Marco Ariano). Anche qui, dunque, la dimensione drammatica – e più ampiamente teatrale – porta l’action playing dell’autore au-de-la de la musique, verso il brusio, quell’under-noise (così più ricercato – e insieme da, suggestivamente, ricercare) che tanto marcatamente differenzia quella di Ariano da  contemporanee esperienze appunto noise-scratch o noise-glitch oriented. Il sound-ripping, insomma, sta all’action playing un po’ come il color-dripping stava all’action painting: questo portava fuori della pittura tradizionalmente intesa (oltre la forma stessa), quello porta a superare i limiti della musica tradizionalmente intesa (oltre il suo continuum temporale).  Due lavori che ‘meritano il viaggio’ e che vale davvero la pena di ascoltare e riascoltare con crescente attenzione e piacere; non resta che aspettare e sperare in future, nuove e sempre rinnovate produzioni da parte di Marco Ariano.
Francesco De Ficchy, dinamismi.wordpress.com, 18-05-2012

 

 

 

Il piacere di fare caos. La musica di Angelo Olivieri

 

Una buona notizia dalla Casa del Jazz. Un concerto di amabili ricercatori. Non si pensi al clima avant-garde ma proprio al piacere di agire musicalmente collocandosi sempre in territori (avanzati) di work in progress. Angelo Olivieri è il virtuoso-leader-pensatore della situazione. Che ha un titolo appropriato: Caos Musique, come il cd su etichetta Terre Sommerse uscito un anno fa. Trombettista e compositore, Olivieri si avvale della collaborazione di una star internazionale , il violoncellista francese Vincent Courtois, di uno strepitoso percussionista, non si sa perchè sconosciuto finora nel circuito jazzistico, Marco Ariano, e di un manipolatore elettronico, Antonio Pulli. (…)
Azul è un tema lirico, una ballad, ma la Vienna del primo ‘900 non è molto lontana. E’ proprio in brani “quieti” come questo che il linguaggio complesso, raffinato, inquietante di Marco Ariano risalta di più. Questo percussionista ha un suono di base secco e sordo, anti-effettistico per eccellenza, ottenuto usando soprattutto tom e rullante, spesso con spazzole anomale, corpose. Però non disdegna certe uscite rumoristiche, durante le quali utilizza una scatola sonora costruita da lui. Incanta con la varietà intricata e piacevole dei suoi accenti. Sa scandire e sospendere il tempo con sapienza diabolica.
Mario Gamba, Il Manifesto, 14-03-2010

 

 

 

 

Marco Ariano, Sensuali eresie

Il disco raccoglie materiali tratti da laboratori, performance, spettacoli tenuti da Marco Ariano. L’idea è quella di sviluppare un ‘teatro di eventi sonori’, con un approccio di natura interdisciplinare e matrice multimediale. Le tracce si susseguono … comprovando una forte unità progettuale, grande originalità di scrittura, interessante sviluppo dinamico e protagonismo degli strumenti percussivi e della voce, che talora traccia ‘mantra’ episodici, su sfondi ed echi sempre vocali e quasi radiofonici. Il tentativo è quello di offrire vie di fuga dalla logica sistemica convenzionale, ricerca spesso premiata … Una dimensione che si può apprezzare, aggiungeremo qui, soprattutto in quelle tessiture su sfondo, perché qualche volta gli eventi e le linee dei primi piani cedono alle tentazioni del dire, magari anche piacevolmente, ma strizzando un po’ l’occhio agli sperimentalismi di una volta. Un lavoro, quindi, molto serio, ben condotto, riepilogativo. Ma che belli quei discorsi tra le pieghe: sarei curioso di ascoltare un missaggio che privilegi in piccole tracce quel magma plurimo e indistinto, infinitesimale, tormentato.

Girolamo De Simone, Konsequenz.it, 2004

 

 

Dal libretto cd Sensuali eresie (estratto)

La musica come spazio d’accoglimento, spazio predisposto a qualcosa d’indicibile, che non può essere detto in parole, e tuttavia occorre dire. Marco definisce “spazi nessunali del presentimento” queste partiture, nelle quali ogni suono è un evento. Il senso di questa interpretazione della musica, che sottende i suoi esperimenti, è nel rifiuto di ogni forma di linguaggio costituito. “Babele della spoliazione”, o piuttosto assoluta purezza di una spoliazione che significa radicale mutamento del nostro essere-al-mondo.
La sua esigenza – ciò che lo spinge a far musica – è recuperare l’oscurità, l’ineffabilità dei suoni, senza disperderla nella chiarificazione musicale. Il che vuol dire sottrarre i suoni alle sintassi di discorsi musicali troppo rigidi, a regole, ideologie del suono. Vuol dire andare verso il “suono-evento” come esperienza misteriosa, che ci apre a ciò che il troppo dei suoni impedisce di cogliere. Il suono come epifania, insomma. Epifania di ciò che non sappiamo, o forse sappiamo, e che in ogni caso non deve né può essere detto. Se fosse detto troppo chiaramente, non sarebbe più il suono-evento. Sarebbe un discorso, e di discorsi ce ne sono fin troppi.
… da questa musica – fatta di eventi impercettibili, di atmosfere impalpabili, d’improvvise illuminazioni – si può “filtrare” come diceva Schoenberg, un diverso modo di pensare, e anche di guardare la realtà. Un atteggiamento che dalla musica nasce, e che vuol dire non cercare immediate soluzioni, o risposte alle domande che ci verrebbero dall’arte, e dunque anche dalla musica, ma una capacità di attesa: imparare a sostare nell’ascolto come un sostare nella domanda.
Suoni della diaspora, dice Marco: Suoni “esiliati dalla logica sistemico-funzionale della musica”. Egli ci conduce a sperimentare come la musica – proprio per la sua natura impalpabile, avvolgente e dissolvente – abbia un senso che non si può spiegare con categorie razionali. Un’esperienza musicale che sappia rendere i “suoni della diaspora”  smonta tutti i nostri parametri di riferimento musicologici e di tipo cognitivo. Dissolve, cioè, tutte le pretese conoscitive e appropriative della ragione per condurre su vie che ogni giorno saranno diverse.
Mentre ci seduce e c’incanta come una magia, la musica di Marco ci consegna a quel fondo imprendibile, e anche misterioso, che caratterizza ogni musica che sia davvero tale. E ciò è quanto, nella musica di Marco, “dà da pensare”. Dà da pensare che suoni possano indurre e suscitare pensieri, che ascoltando musica ci si ritrovi a pensare pensieri diversi, e cioè pensieri senza parole, e che questo pensare senza parole (suggerito e stimolato dalla musica) sia una diversa forma del pensiero. In un testo del 1961, A voi parole, Ingeborg Bachmann sottolinea il pericolo che “la parola non farà che tirarsi dietro altre parole, la frase altre frasi. Così il mondo intende definitivamente imporsi, esser già detto. Non lo dite!”. Accettare il linguaggio comune, codificato dalle Accademie e dall’abitudine, è accettare il mondo, una certa maniera di vedere e vivere il mondo. Bisogna non dire il mondo come il mondo viene detto giorno dopo giorno, da secoli: “immagini tessute nella polvere, vuoto rotolare di sillabe, parole di morte”. Ogni mutamento reale passa attraverso un rinnovamento radicale del linguaggio, che vuol dire una maniera radicalmente nuova di vedere. Con la sua musica Marco suggerisce che per un nuovo vedere occorra chiudere gli occhi e ascoltare suoni, e le suggestioni che creano, e il mistero ch’essi fanno intuire, o intravedere.
Marco è maestro di un silenzio fatto di suoni. Maestro di un suono che sta al confine tra silenzio e parola.
Prof. Francesco Lazzari, Università di Napoli “L’Orientale”, 2003